In risposta agli articoli pubblicati da Il Gazzettino nella pagina di Oderzo del 6 e 7 aprile , che parlavano dei "fatti del Brandolini del 45" partendo da notizie poco o quasi per nulla correlabili, l’ANPI di Oderzo – Sezione Dina e Pietro Dal Pozzo, ha chiesto a Federico Maistrello, storico e autore del libro "Partigiani e nazifascisti nell'Opitergino (1944-45) " – Cierre Edizioni, che a breve verrà ripubblicato, un commento qualificato che riportiamo di seguito.
“Tot capita tot sententiae ” dicevano gli antichi, e non è il caso di dilungarsi sul fatto che un italiano, del quale va rispettata la scelta di andare a combattere a fianco degli indipendentisti del Donbass, si sia attribuito un nome di battaglia (forse voleva garantirsi l’anonimato se l’avessero catturato, chissà!). Semmai è discutibile il nome di battaglia in sé (“Bozambo”) che l’articolista del Gazzettino evidenzia per ricordare che quello era lo stesso “nick name” adottato 77 anni fa da tale Silvio Lorenzon (1919, Sarmede), un partigiano appartenente alla Brigata “Cacciatori delle Alpi”, sceso dal Cansiglio – dove la sua Brigata era attestata - dicendo che doveva andare a trovare la fidanzata. Giunto a Oderzo, dove quasi nessuno degli altri partigiani lo conosceva, fu incaricato di fare da vice-comandante della polizia partigiana in città (e poi di dirigere due dei tre plotoni di esecuzione che passarono per le armi i fascisti) da Attilio Da Ros (“Tigre”) che era Capo di Stato Maggiore della stessa Brigata (“Cacciatori delle Alpi”). A differenza di lui, però, “Tigre” aveva una ragione precisa per partecipare alla Liberazione di Oderzo dai nazifascisti, perché nei mesi precedenti li aveva a lungo combattuti assieme ai partigiani della Brigata “Cacciatori della Pianura, della quale per un certo periodo era stato il comandante.
Quel che è accaduto in quei giorni è stato esposto da numerosi storici, con interpretazioni a volte divergenti, tuttavia i fatti rimangono tali ed è qui che si avverte la necessità di fare un po’ di chiarezza rispetto a quanto scritto dall’autrice degli articoli in questione.
Premesso che è fuori discussione che ci siano stati 126 fascisti fucilati, e che ogni strage in quanto tale va condannata senza se e senza ma, è errato dire che “un centinaio di allievi della Scuola Ufficiali di Oderzo venne ucciso ecc.”, perché in quella circostanza di allievi ufficiali fucilati ce ne fu uno solo, si chiamava Umberto Verzelloni (1925, Feanza); a dirlo furono sia la sentenza pronunciata contro i partigiani a Velletri nel 1953, sia gli stessi reduci della Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo i quali però, a pag. 145 del libro “L’aquila, il libro e la spada. Varese – Oderzo 1944 1945. L’ultima scuola Ufficiali della R.S.I.”, Ed. CDL, Milano, 1994, parlano di “tre” Allievi fucilati, tenendo conto di Mario Pecori, che però in quella Scuola svolgeva la mansione amministrativa di scritturale, e di un terzo non individuato.
Per capire chi furono complessivamente i fascisti passati per le armi, che non erano Allievi Ufficiali, va detto che tra loro c’erano 19 Brigate Nere, che avevano un distaccamento insediato nel Torresin, in piazza a Oderzo, dove i patrioti catturati venivano torturati senza pietà (i vicini di casa inorriditi, ne udivano le urla, e le unghie strappate alle vittime erano state esposte in un contenitore di vetro in una vetrina del centro cittadino, a mo’ di monito), resisi inoltre responsabili di varie uccisioni.
Poi c’erano i legionari dei Battaglioni d’Assalto “Bologna” e “Romagna” arrivati in provincia di Treviso dalle loro terre dove avevano combattuto senza tregua i partigiani. In particolare quelli del “Romagna” il 6 aprile 1945 (una ventina di giorni prima della Liberazione) avevano catturato dodici giovani, prelevati mentre lavoravano nei campi e nelle botteghe di Gaiarine per fare una rappresaglia. La sera precedente un loro camerata, Francesco Salghini (1907, Predappio) si era imbattuto in un gruppo di partigiani che gli avevano intimato di alzare le mani, lui invece aveva impugnato un’arma per reagire ed era rimasto ucciso nello scontro a fuoco conseguente. Alla fine ne vennero fucilati sei, ai quali si aggiunse la giovane moglie di uno di loro (Antonino Minuto) che per la disperazione morì di crepacuore, lasciando orfano un bimbo in giovanissima età.
Infine, tra i fucilati di Oderzo ci furono alcuni dipendenti della Guardia Nazionale Repubblicana del distaccamento locale e 4 marò della Divisione Decima di Fanteria di Marina (X MAS).
E’ innegabile peraltro che in mezzo a loro c’erano dei militi la cui unica colpa era quella di avere indossato la divisa sbagliata nel momento sbagliato, ma non va dimenticato che i processi del Tribunale di Guerra partigiano che li giudicò applicarono l’unica legge esistente in quel momento, ovvero la severa normativa (“Legge della Montagna”) stabilita dalla Divisione partigiana “Nino Nannetti” stanziata sul Cansiglio, per rispondere alla violenza e alla ferocia praticate quotidianamente dai nazifascisti, in cui si considerava punibile con la pena di morte anche chi aveva solo preso parte a un rastrellamento; il che oggi pare inconcepibile, ma per comprendere i fatti è necessario contestualizzarli, osservandoli nel momento in cui accadono e non con la logica di settant’anni dopo.
Gli stessi Allievi Ufficiali, che però non furono processati e tanto meno fucilati, non erano esenti da responsabilità: molti di loro provenivano dal Corso svoltosi altrove in precedenza, e avevano preso parte a numerosi rastrellamenti; per esempio quelli della Scuola di Fontanellato (Parma) avevano partecipato all’Operazione “Wallenstein”: tre cicli di antigueriglia contro i partigiani dell’Appennino Emiliano (30 giugno/ 8 agosto 1944). Inoltre, per regolamento, chi voleva entrare in una Scuola Allievi Ufficiali doveva avere fatto “pratica” in un reparto operativo, ovviamente dando la caccia ai partigiani.
Un’ultima osservazione concerne l’accordo di resa che non fu accettato dai partigiani. Esso avvenne tra i rappresentanti del C.L.N. di Oderzo (uomini politici che, diversamente da altri in altre situazioni, per esempio a Treviso, di Resistenza vera e propria ne avevano fatta poca) e due ufficiali fascisti (colonnello Baccarani , comandante della Scuola Allievi Ufficiali, e maggiore Ansaloni, responsabile del “Battaglione “Bologna”) con la mediazione dell’Abate Mitrato di Oderzo monsignor Visentin.
La finalità, in sé lodevole, era quella di evitare inutili spargimenti di sangue, però i partigiani che arrivavano dal Cansiglio, e che delle trattative avevano solo sentito parlare mentre si trovavano altrove, entrando a Oderzo si trovarono di fronte a una situazione paradossale: gli ufficiali fascisti erano stati autorizzati a portare l’arma; i repubblichini avevano sì consegnato le armi, ma dopo averle rese inutilizzabili; i militi se ne andavano dalla città senza alcun controllo, provvisti di abiti borghesi da una ditta locale e muniti di lasciapassare senza verificare se tra loro ci fossero o meno dei criminali di guerra da interrogare e giudicare. Detti lasciapassare venivano firmati a nastro dai componenti del C.L.N., ma anche dai religiosi che insegnavano nel Collegio Brandolini, dove i prigionieri erano stati riuniti. Il preside del Liceo Scientifico, don Cesare Del Pio, testimoniò di averne personalmente consegnati una ventina di falsi, in cui il latore veniva definito Allievo Ufficiale anche se era un militare a tutti gli effetti; a volte erano lasciati con uno spazio in bianco dove si inseriva il nome che si voleva. Solo le Brigate Nere, per intuibili ragioni, non ricevettero i lasciapassare.
Infine va preso in considerazione il contesto storico in cui avvennero i processi.
Su Ponte di Piave stava convergendo una colonna corazzata tedesca di Waffen SS (o SS combattenti) che fu però costretta a deviare verso Ponte della Priula perché non si poteva passare a causa delle fortificazioni descritte più avanti, e finì per essere fermata dall’aviazione Alleata sul rettifilo del Menarè.
C’erano inoltre dei gruppi sbandati e armati di tedeschi e di fascisti che sparavano a vista.
I partigiani guidati da Venezian, che aveva temporaneamente assunto il comando delle formazioni locali (su istruzioni del Comando di Divisione), aveva lasciato Oderzo – affidando la responsabilità della piazza al suo Commissario Giorgio Pizzoli (“Gim”) che diede inizio ai processi - per raggiungere il Piave e occupare le fortificazioni ivi costruite dai cantieri germanici della Todt (camminamenti, cavalli di frisia, nidi di mitragliatrice, bunker in cemento ricoperti di terra; riva sinistra tagliata perpendicolarmente e rinforzata con tronchi e cemento per impedire il passaggio di mezzi corazzati) così da evitare che i tedeschi vi si trincerassero, creando difficoltà agli Alleati che li inseguivano (se avessero trovato ostacoli, gli anglo-americani avrebbero bombardato tutta l’area, centri abitati inclusi, e s’è visto cos’era successo a Treviso il 7 aprile 1944!).
Le truppe Alleate giunsero a Oderzo verso le ore 14 del 30 aprile, me si trattava solo di avanguardie che, dopo una breve sosta, proseguirono verso est: il loro obiettivo era di raggiungere Trieste prima delle truppe di Tito e non avevano alcun interesse a gestire la situazione di Oderzo, che si sarebbe “normalizzata” solo a partire dal 2 maggio 1945.
Alla luce di quanto esposto, fermo restando che ognuno celebra i “propri” morti come vuole, nel rispetto però degli altri, non esiste ragione perché il presidente della Repubblica Mattarella venga coinvolto nelle celebrazioni dei fatti di Oderzo del 1945."
Fonte: ANPI di Oderzo – Sezione Dina e Pietro Dal Pozzo
