Dominante nel Nord-Est con quasi 120 punti vendita e un fatturato superiore a un miliardo di euro, la catena mette al centro della propria comunicazione la sostenibilità, con iniziative tipo la riduzione di plastica o la piantumazione di alberi. Ma un coraggioso studio dell’Università di Padova mostra i limiti e la scarsa efficacia di una sostenibilità “additiva”, che non tocca le scelte di fondo e si guarda bene dal limitare il consumo di suolo
Sono andati a fargli i conti in tasca e i conti non tornano. Stiamo parlando di un soggetto della Grande distribuzione organizzata (Gdo), Alì, dominante a Nord-Est con i suoi 118 punti vendita, un fatturato superiore a un miliardo di euro e oltre quattromila dipendenti.
Nei suoi bilanci di sostenibilità la natura è spesso protagonista: alberi piantati, emissioni compensate, plastica ridotta, filiere “green”. Il lessico è quello dell’impegno e della responsabilità. I conti in tasca sono contenuti in un recente studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova (Giovanni Felici, Daniele Codato, Alberto Lanzavecchia, Massimo De Marchi, Maria Cristina Lavagnolo), nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)-Centro nazionale sulla biodiversità e del Centro di eccellenza sulla giustizia climatica dell’Università di Padova, pubblicato sulla rivista Sustainability, in cui è stata analizzata la comunicazione di sostenibilità prodotta dall’azienda veneta. Lo studio mette a confronto due piani: da un lato la rappresentazione che ne fa Alì della propria “responsabilità ambientale”, dall’altro i dati sull’espansione fisica dei punti vendita negli ultimi quarant’anni.
Attraverso la metodologia basata sui Gis che ha comportato la geocodifica di 113 punti vendita e la fotointerpretazione di immagini aeree storiche e la classificazione dei tipi di copertura del suolo prima della costruzione i ricercatori hanno potuto stabilire che, tra il 1983 e il 2024, il 65,97% del totale dei terreni convertiti per lo sviluppo dei punti vendita si trovava in zone rurali, principalmente terreni agricoli ed erbosi. Suoli che svolgevano funzioni cruciali: produzione alimentare, assorbimento delle acque, regolazione del microclima, stoccaggio di carbonio, tutela della biodiversità. La loro trasformazione in superfici impermeabili è un cambiamento strutturale e permanente, che modifica in profondità l’equilibrio ecologico e sociale dei territori. Un altro dato interessante emerso dalla ricerca dell’Università patavina riguarda la dimensione diacronica: i dati rivelano anche una recente tendenza a privilegiare la conversione dei terreni rurali rispetto alla rigenerazione urbana. Insomma, con il tempo la tendenza alla cementificazione aumenta.
La questione critica, messa in luce dai ricercatori, è che questi dati restano ai margini della rendicontazione. Nei documenti ufficiali l’azienda valorizza interventi su efficienza energetica, riduzione dei rifiuti, logistica più sostenibile, packaging migliorato. Azioni rilevanti, senz’altro. Ma il consumo di suolo -cioè la scelta di dove e come espandersi- non compare come indicatore centrale dell’impatto ambientale. “Questa rendicontazione selettiva -sottolineano i ricercatori- è in linea con le strategie di greenwashing riconosciute, in cui le aziende mettono in evidenza iniziative ambientali isolate, omettendo gli aspetti più dannosi delle loro attività”.
Lo studio ha inoltre preso in esame in particolare l’iniziativa “We love nature”, presentata come progetto di compensazione ambientale. Attraverso la raccolta punti, i clienti possono “donare” un albero, contribuendo alla piantumazione di nuove essenze. L’operazione ha portato alla messa a dimora di 52.729 alberi, “convertendo, secondo quanto riferito, 23,5 ettari in aree verdi”. I ricercatori, sempre tramite metodologia Gis, hanno verificato “le posizioni specifiche degli alberi piantati sia, cosa fondamentale, se questi interventi abbiano effettivamente trasformato 23,5 ettari di terreno in spazi verdi, in particolare se si è verificato un cambiamento di destinazione d’uso del suolo (ad esempio da urbano a rurale o da artificiale a naturale), come dichiarato”.
La ricerca ha evidenziato che, in realtà, gli interventi non avvengono sui suoli direttamente consumati dall’azienda né in aree equivalenti per funzione ecologica, ma in zone già classificate come verdi o naturali e spesso a decine di chilometri di distanza dai nuovi punti vendita. L’iniziativa viene proposta come compensazione di un impatto che, nella pratica, resta invariato. Il suolo agricolo impermeabilizzato non viene ripristinato, le funzioni ecosistemiche perse non sono realmente ricostituite e la distanza geografica e funzionale tra danno e “compensazione” indebolisce il senso dell’operazione.
D’altra parte in questi anni 32 supermercati sono sorti su terreni già cementificati e Alì -sottolineano i ricercatori- “sta attualmente rigenerando un’area dismessa di 25,58 ettari, che ospiterà un nuovo punto vendita, aree verdi con piste ciclabili e sviluppi a uso misto”. Quindi si potrebbe fare, verrebbe da dire. Purtroppo questo tipo di interventi -leggiamo nello studio- “rimangono l’eccezione piuttosto che la regola, con una crescente preferenza per la conversione dei terreni rurali negli ultimi anni”.
La questione assume un peso particolare in Veneto, una delle Regioni italiane con i più alti livelli di urbanizzazione diffusa. Nel 2023 la Regione registrava ancora la seconda quota più alta di suolo consumato in Italia, con l’11,86% della superficie totale, rispetto alla media nazionale del 7,12% e alla media Ue del 4,2%.
I nuovi insediamenti provocati dall’espansione di Alì stanno peraltro provocando importanti conflitti ambientali nella Regione: a Padova il progetto di un nuovo hub logistico di 155mila metri in una delle poche aree agricole sopravvissute in area urbana ha scatenato, nel maggio del 2024, una importante mobilitazione cittadina e si è sfiorata la crisi dell’amministrazione -ora la vicenda è nelle mani della magistratura amministrativa-, mentre a un conflitto simile si assiste a Treviso per la costruzione dell’ennesimo punto vendita in un’area verde.
I risultati evidenziano un chiaro divario tra la narrativa aziendale in materia di sostenibilità e la realtà concreta del consumo di suolo e la comunicazione aziendale rischia di raccontare solo una parte della storia: quella più facilmente misurabile o più comunicabile, lasciando sullo sfondo le scelte strategiche.
Il punto di fondo riguarda il significato stesso di sostenibilità, il rischio è quello di una sostenibilità “additiva”: si aggiungono alberi, pannelli solari, iniziative educative, ma non si interviene sulle scelte di fondo. La ricerca dell’Università di Padova invita a colmare questo scarto tra narrazione e realtà materiale.
La notizia positiva è che questa importante ricerca è stata fatta e pubblicata: segnali di pensiero critico e non omologato emergono anche dall’accademia. E di questi tempi in cui le ragioni dell’impresa pretendono di dettare legge si tratta di segnali da non trascurare.
Fonte. Altraeconomia.