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Se si è passati in poco tempo dall'uso del mondo all'usura del mondo, è perché la massificazione del desiderio turistico, camuffata da libertà di movimento, è avvenuta all'interno di una logica industriale che ha distrutto la dimensione simbolica del viaggio, trasformandolo in una «fuga d'evasione» da fare in tempi e luoghi deputati, e soprattutto passando sempre alla cassa. Ponendosi al servizio del consumo mondiale, il turismo è diventato, insieme alla televisione, agli antidepressivi e al calcio, uno dei più potenti anestetici che la società contemporanea elargisce ai suoi logorati cittadini, immersi in una ipermobilità che dà la misura della loro insoddisfazione. Eppure, nonostante la standardizzazione dei desideri e il saccheggio ambientale, il turismo mantiene intatto il suo potere incantatore. Forse perché il turista, lontano dal suo territorio originario, che ormai non conosce più, nutre la confusa speranza di trovare altrove ciò che gli manca a casa: una vita conviviale in un territorio ancora carico di senso. Senza accorgersi però che con la sua stessa presenza distrugge ciò che è venuto a cercare. Postfazione di Paolo Cognetti.
Fra i saggi usciti negli ultimi anni che affrontano il tema del turismo da una prospettiva generale, Turismo di massa e usura del mondo (Elèuthera, 2019) merita una menzione particolare. Il conciso ma brillante lavoro di Rodolphe Christin ha infatti il pregio di proporre una critica complessiva del turismo come fenomeno sociale tout court.
Non ci si limita a denunciarne le distorsioni, le sue ripercussioni ambientali o i suoi effetti collaterali sul tessuto urbano. Non c’è un turismo alternativo, responsabile o buono: senza ambiguità, Christin colloca il turismo integralmente all’interno delle logiche capitalistiche. Il titolo del saggio non deve dunque trarre in inganno: più che una ricerca sul turismo di massa e sui suoi effetti ambientali, siamo in presenza di una indagine sulla massificazione del desiderio turistico e sul turismo in quanto “punta di diamante dell’ideologia edonista legata al muoversi nello spazio”.
Christin, da sociologo legato alla teoria critica e sulle orme del suo maestro Pierre Bourdieu, tende ad analizzare il turismo sotto la lente della categoria marxiana di alienazione. La tesi fondamentale del saggio è chiara: il turismo non è una libera scelta dell’individuo ma un desiderio indotto.
Le lodi che la narrazione mediatica tesse del turismo concorrono a renderlo attrattivo: l’esperienza turistica si associa a un desiderio di autenticità e di libertà. La scoperta di posti nuovi diventa una forma di crescita individuale e di arricchimento interiore. L’ethos turistico è continuamente propagandato nel contesto di una più ampia ingiunzione mobilitaria che caratterizza l’epoca attuale. Ma dietro la creazione di queste aspettative, si nasconde una realtà assai diversa, una realtà reificata e standardizzata dalle esigenze dell’industria turistica. Le destinazioni che l’immaginario turistico ci fa apparire come mete paradisiache, esperienze uniche ed imperdibili, che ci promettono di farci riassaporare il piacere vero delle cose e l’autenticità della vita, nascondono in realtà delle dinamiche tutt’altro che utopiche.
«L’incanto opera grazie all’aura immaginaria che avvolge le realtà turistiche conferendo loro un aspetto autentico, magico, estetico e ludico. Il dietro le quinte, però, deve rimanere nell’ombra. Le intenzioni reali, in particolari quelle economiche, sono occultate sotto un’apparenza di gioviale spontaneità. Eppure, in questo inizio di XXI secolo, un luogo turistico solo di rado è il frutto imprevedibile di una storia culturale: nella maggior parte dei casi, è il risultato di un lavoro condotto da esperti di marketing su territori che vengono specificamente destinati a quel tipo di sviluppo» (p.73).
Questo incanto turistico esiste e regge fino a quando sia sul versante del consumo che su quello della produzione, tutti gli attori interpretano il loro ruolo: il turista, spinto dal desiderio, deve ignorare cosa si nasconda dietro le quinte della produzione del proprio piacere, dall’altra il manager di prodotti turistici deve vendere l’illusione di un mondo perfetto e paradisiaco, impedendo al turista di rendersi conto delle reali dinamiche economiche ed artificiali che sottostanno alla sua esperienza “unica”.
«Questo individuo che non vuole sottomettersi (sicurezza a parte) agli obblighi collettivi che interferiscono con il suo piacere, per la durata delle vacanze intende preoccuparsi solo di se stesso ed eventualmente di quanti lo accompagnano. Dell’indigeno questo turista preferisce i cliché piuttosto che la realtà […] la maggior parte del tempo il turista ignora la mano invisibile dei manager che stanno dietro alle strutture turistiche, ed è proprio grazie a tale inconsapevolezza che i luoghi possono esercitare il proprio fascino. Così funziona il turista generalizzato che si nasconde in ognuno di noi, questo personaggio così tipico del nostro tempo, questo visitatore di un giorno o più che se ne va in giro per il mondo con atteggiamento superficiale e disinvolto» (pp. 60 – 61).
Il turismo è il regno della dissimulazione, una dissimulazione fredda, funzionale, artificiosa. Al contrario degli spazi aperti che incontra il viaggiatore, il turista si trova sempre in circuiti chiusi, imprigionato in dispositivi di contenimento (itinerari prestabiliti, zone specifiche pensate per loro, ecc.) in cui invece che poter essere realmente a contatto con la realtà sociale, culturale, economica del posto, finisce per essere incapsulato in meccanismi che lo isolano dal contesto. Del resto il turista non vuole affatto scoprire la realtà, bensì dimenticarla. I luoghi che il turista visita diventano così una merce, non da esplorare e vivere ma da sfruttare e consumare. Ovunque vada, questa figura idealtipica della società globalizzata “finisce sempre alla cassa”. Si passa così da un uso del mondo tipico del paradigma del progresso della prima modernità, all’usura del mondo dell’ipermodernità liquida, in cui anche lo spazio è usa e getta. L’esperienza turistica è un susseguirsi di luoghi standardizzati, omogenei e freddi.
Christin mette così lucidamente in evidenza la contraddizione fondamentale che costituisce il turismo: più il turista ricerca la spontaneità e l’autenticità dei luoghi più questi vengono stravolti e omologati per accontentarlo e rendere più unica la sua esperienza. Il turismo non può sfuggire alla sua contraddizione fondamentale: la distruzione dei luoghi che dice di amare.
Il turista, così come il flâneur di Baudelaire o Benjamin, che si muove alla ricerca incessante di emozioni e sensazioni, non può trovare il luogo ideale che cerca. Si imbatte piuttosto in maniera sempre più assidua in “luoghi senza qualità”, spazi strettamente razionali pensati dall’ingegneria sociale per rendere più efficiente e remunerativa la gestione turistica. La ricerca di un paradiso terrestre si mostra in tutta la sua meschina e omogenea standardizzazione. La proliferazione di spazi totalmente sradicati dal contesto cultuale e dai luoghi di vita e di storia nel quale sono inseriti e appositamente pensati per i turisti prospetta l’inquietante equivalenza fra il mettere a profitto l’intera vita individuale con l’intera superficie terreste. Nessuno spazio, di vita o geografico deve rimanere escluso da questo meccanismo di valorizzazione capitalistica.
Christin, mettendo in luce il rapporto del turismo con le logiche di profitto, con l’ideologia neoliberale e con le ansie e le paure che essa mobilita, offre uno spaccato più generale dei meccanismi di dominazione che permeano le nostre società. Il turismo, compreso in questi termini, non lascia che un’alternativa:
«La fugace felicità delle vacanze turistiche è una risposta al cupo fardello della vita quotidiana […]. Perché partire per le vacanze, con la frenesia che questo comporta? Sembra quasi che senza l’atto del partire non sia possibile vivere in maniera gioiosa. E sta qui la questione cruciale, che va nel profondo e destabilizza. […] Andare in vacanza non è più antisistema, anzi è diventato uno dei pilastri del sistema. Insieme alla televisione, agli antidepressivi, al calcio, all’onnipresenza della musica e ai sonniferi, le vacanze rientrano nella gamma di anestetici e di sfoghi istituzionali che la società consumistica elargisce ai suoi cittadini […]. Con l’industrializzazione del quotidiano anche i nostri sogni sono stati industrializzati […] Eppure tutto questo comfort materiale non mette più a tacere la tristezza, la noia, la miseria di un presente senza futuro. Industria della “falsa partenza”, il turismo prospera grazie al mal di vivere. Al quale si torna sempre, inesorabilmente. La nostra smania di partire per le vacanze è l’indice della nostra insoddisfazione. Testimonia la nostra rassegnazione a vivere il noioso, l’insulso, il carente, l’invivibile. Turismo o rivoluzione: bisogna scegliere» (pp. 79-80).