Scheda
Prefazione
La relazione tra uomo e piante è atavica, antica, antecedente alla comparsa della stessa specie a cui noi apparteniamo.
I nostri antenati con i vegetali si sono nutriti, vestiti, protetti, armati; con essi hanno costruito strumenti per rendere più efficace il proprio agire o hanno elaborato sostanze che potevano allontanare – o provocare – dolori, malattie, la morte stessa. Una così lunga frequentazione ha senz’altro prodotto conoscenze che però, fino a quando la trasmissione avveniva per via orale di generazione in generazione, chissà quante volte è stata perduta e riacquisita all’interno dello stesso gruppo di umani o da altri.
La “pratica” delle piante non è però la “scienza” botanica: la prima è fondamentalmente una realtà soggettiva (dipende cioè dall’individuo che la elabora e può essere per la stessa entità diversa a seconda di chi la esprime), la seconda è per definizione oggettiva (dovrebbe cioè basarsi su dati rilevabili in maniera obiettiva, cioè indipendenti da chi effettua la descrizione).
Ed è qui che gli orti botanici, e quindi i giardini alpini che ne rappresentano l’aspetto “in quota”, diventano necessari ed insostituibili! Perché la classificazione delle piante, che è il presupposto per poterne parlare in maniera scientificamente corretta, non riguarda solo il confronto tra quel singolo esemplare, da me raccolto ed essiccato quest’anno in un dato luogo, con un altro campione simile o anche molto diverso, raccolto ed essiccato l’anno precedente in un altro posto. Troppi sono i parametri climatici ed ambientali che possono aver influenzato il loro aspetto e la loro fisiologia, così come può diventare determinante il periodo dell’anno in cui ho raccolto i campioni.
Ma c’è di più! Negli erbari gli esemplari sono pressati, essiccati e privi di vita; rappresentano cioè un singolo momento di una realtà che è molto più ricca e significativa, esattamente come la locandina di un film non è in grado di esprimere il divenire dello stesso, pur se attraente. Negli orti botanici è possibile studiare non solo quali sono le specie presenti, ma anche il modo in cui il loro patrimonio genetico – frutto di milioni di anni di interazione con l’ambiente – reagisce a condizioni che sono in continua e rapida evoluzione.
In un’epoca di riscaldamento globale quale quella presente, i giardini alpini, soprattutto quelli d’alta quota, rappresentano le nostre vedette per arrivare un po’ meno impreparati al futuro che ci aspetta.
È per questo che, quando si è affacciata l’idea di trasformare il corso di formazione sui Giardini Botanici Alpini d’alta quota in una pubblicazione, mi sono sentito lusingato di partecipare con questa breve prefazione al lavoro che, spero gradirete.
Gianni Frigo
ONCN CAI
INDICE
Prefazione, p.7
Presentazioni, p.9
Introduzione, p.13
Dove sono i giardini? p.17
1. Giardino Botanico Alpino La Chanousia, p.23
2. Giardino Botanico Alpino Viote al Monte Bondone, p.33
3. Giardino Botanico Alpino di Passo Coe, p.43
4. Giardino Botanico Alpino “Antonio Segni”, p.55
5. Giardino Botanico Alpino “Vittorio Pellegrini” al Monte Baldo, p.63
6. Giardino Botanico Alpino San Marco al Monte Pasubio, p.73
7. Giardino Botanico Alpino “Dario Broglio”, p.81
8. Giardino Vegetazionale Astego, p.89
9. Giardino Botanico delle Alpi Orientali, p.97
10. Giardino Botanico Alpino “G.G. Lorenzoni” in Pian Cansiglio, p.105
11. Giardino dei Semplici – La Polse di Côugnes, p.117
12. Giardino Botanico Carsiana, p.127
Conclusione; p.133
Bibliografia, p.137
Appendice, p.139