Storie di grandi alberi con radici e qualche fronda
Visite: 411
Stato prestito: Disponibile
Gli alberi delle nostre città: li sfioriamo, talvolta li tocchiamo, ma non li conosciamo. Nel bel libro di Tiziano Fratus si racconta del superlativo patrimonio naturale che abbiamo sotto gli occhi: anche le nostre città sono piccole oasi. Antonio Pascale, “Corriere della Sera” Il tronco a campana rovesciata, quindici metri alla base, di 600 anni, nel Parco dei Castagni secolari in Emilia Romagna; gli alberi delle specie esotiche, come il Ficus macrophylla australiano di piazza Marina a Palermo, messo a dimora nel 1863; oppure le sequoie imponenti del Parco Burcina, a Pollone presso Biella, piantate per celebrare lo Statuto Albertino… Sono presenze preziose quelle che incontriamo inoltrandoci per i più sperduti sentieri, negli angoli inattesi dei parchi, nelle ville e negli orti botanici delle nostre città guidati da Tiziano Fratus. Andrea Di Salvo, “Alias” Tiziano Fratus da anni racconta con passione gli alberi, in Italia e in giro per il mondo. L’Italia è un bosco è uno scrigno di meraviglie e di memorie ancestrali. Darwin Pastorin, “L’Huffington Post”
Introduzione
L’uomo che fischia tra gli alberi
A me piace sempre quando piove. Mi sembra di bere insieme agli alberi.
Francesco Biamonti
Tutti i miei libri sono nati, come le piante, da un seme: che non è mai un’idea, ma un sentimento, un legame con un ambiente e con uno o più personaggi.
Lalla Romano
Uno dei piaceri dell’esistenza è entrare in un bosco e riconoscere tutte le specie arboree. È come quando vai dal panettiere e chiami il pane col suo nome giusto, magari indicandolo con le dita, ma soprattutto anteponendo un articolo al sostantivo appropriato. Ti presenti, saluti e dici, rallentando, «U n – staccato – m u s i c h i e r e», con l’aria fra una lettera e l’altra. Sembra che la sai molto lunga quando lo dici, tutti in panetteria si voltano a guardarti. È lo stesso quando sei in un bosco, da solo o con qualcuno che ti chiede «Questo come si chiama?». Tu non soltanto lo sai e te lo confermi, mentalmente, ma lo dici ad alta voce, prima il nome comune, ad esempio platano, poi il nome latino, che fa sempre una gran bella figura: «Platano, Platanus x acerifolia». Mi viene in mente un delizioso film americano visto da ragazzo, col personaggio interpretato da Robert De Niro che faceva la stessa cosa accompagnando in un parco il figlio della donna di cui s’era innamorato: prima il nome comune, quindi la nomenclatura binomiale in latino. Quercia rossa, Quercus rubra. Ippocastano, Aesculus hippocastanum. Robinia, Robinia pseudoacacia. Larice, Larix decidua. Corbezzolo, Arbutus unedo. Come ho scritto in una poesia, anni fa: «C’è una bellezza / da inizio del mondo / nel mettere ordine in cose / che non ti appartengono». Amo gli alberi e i boschi, li cerco, li attraverso, mi immergo e mi ci perdo. Eppure non ci andrei mai a vivere, solo, reietto ad un’idea del mondo civile, in cerca d’imitazione di azioni fatte da altri, per quanto mitici, scrittori o filosofi o semplicemente umani feriti e addolorati. Preferisco la mia piccola salvezza portatile qui dove la pianura padana si consuma negli ultimi metri e le Alpi metton giù le radici, dove le mani si bucano nella terra dell’orto o mi spargono punte di sangue in bocca. Vengo da un mondo di uomini dove sono nato e in questo mondo mi consumerò, anche se nel sangue allevo abeti e coni di sequoia.
In una lettera del 24 febbraio 1969 Bruce Chatwin descrive la figura del nomade: «Il nomade rinuncia; medita in solitudine, abbandona i rituali collettivi e non si cura dei procedimenti razionali dell’istruzione e della cultura: è un uomo di fede». Ho passato non poche ore su queste parole, come mi è capitato già in precedenza leggendo la splendida prosa di Chatwin nei suoi libri di viaggio, In Patagonia (1977), Le Vie dei Canti (1987), Anatomia dell’irrequietezza (1997), anche il romanzo Sulla collina nera (1982). Il nomade oggi. I miei periodi di nomadismo sono concentrati, e ancora abbisognano di alcuni punti fermi, di mezze vie, mezze strade, mezze case dove riposare la notte e saper di tornare. E di mezza macchina da scrivere (oggi si chiama computer) per registrare e rielaborare ciò che ho visto, toccato, annusato e pensato. Nella mia esistenza le rinunce sono state il pane quotidiano, anche se il mio corpo non parrebbe testimoniarlo. Ho dismesso parentele prossime sanguigne, ho dismesso l’istruzione avendo rifiutato di proseguire gli studi universitari, ho dismesso partiti politici e aderenze varie; sono un uomo che attraversa il paesaggio alla ricerca di connessioni spirituali. Ma alla domanda «sei un uomo di fede?» non saprei rispondere. Spesso incontro testi e libri e autori che avanzano pretese d’autenticità sulla loro dimensione silvestre. Guardo il bosco, guardo le vallate, guardo l’orografia della nostra Italia naturale e mi chiedo se io sia a mio modo un nomade agricolo. Di certo non ho bisogno d’andare a vivere in una foresta per capire quanto difficile sia convivere con gli elementi che siamo abituati a etichettare come selvaggi, per immaginare quanto rumorosa potrebbe diventare la solitudine con cui dovrei lottare.
Il mio immaginario naturalistico è un ibrido: al paesaggio italiano si mischiano suggestioni letterarie di estrazione americana o australiana. Ai tempi in cui mi alzavo ogni giorno per scrivere versi masticavo moltissima letteratura australiana, uno degli autori che hanno avuto maggiore impatto è stato il «bardo del Bush», Leslie Allan Murray, editorialmente Les Murray. In Italia è sbarcato da pochi anni, grazie a due editori: Adelphi e il piccolo Giano; Adelphi ha pubblicato un’antologia vasta e articolata, Un arcobaleno perfettamente normale, Giano due pezzi fondamentali della mia biblioteca del cercatore d’alberi: il lungo poema in cinque libri Freddy Nettuno e gli scritti Lettere dalla Beozia. In quest’ultimo libro ci sono almeno due saggi straordinari, che hanno fecondato molte mie idee in formazione: La Repubblica Vernacolare e In una foresta che lavora. Il primo è uno spaccato di validità planetaria, che spiega quanta differenza esista fra la cultura delle “truppe” intellettuali di città, idealmente di sinistra, e la rude dimensione provinciale, appunto vernacolare, che domina il paese fuori dalle città. È uno spaccato che abita anche le nostre latitudini. Trovo in qualche misura rinfrancante che, nonostante la storia di quel continente sotto la luce della Croce del Sud sia completamente diversa da quelle della nostra penisola, oggi la cultura abbia prodotto delle differenze comuni fra coloro che si sono inurbati e una parte composita della popolazione rurale o, meglio, che resiste o ha scelto le campagne.
Nel saggio In una foresta che lavora Murray parla di una foresta dove ha mosso i primi passi, dove da ragazzo andava a studiare botanica, nella quale torna a passeggiare ora che si sta inoltrando negli stati d’animo della terza età: la Foresta statale di Wang Wauk, nel Nuovo Galles del Sud. Le storie del suo clan sono radicate qui dentro, con gli antenati che nel 1870 arrivarono come primi coloni ai limiti di una foresta che poi è stata abbattuta e che nel XX secolo è ricresciuta. Alcuni passaggi del suo racconto sono davvero interessanti: «Negli anni Trenta [...] i tronchi che abbattevano, o piombavano, come dicono loro, erano la seconda generazione, bastoncini che i loro padri o predecessori avrebbero snobbato, anche se erano comunque dei tronchi belli grossi, visto che la cima era spesso più di un metro di diametro. Gli alberi davvero grandi, i giganti sopravvissuti dai tempi antichi degli aborigeni, spesso con la circonferenza più grande di una cisterna d’acqua da mille galloni, vennero tagliati e trascinati alle segherie da uomini i cui nomi ancora risuonano nelle storie locali». «All’inizio si usarono milioni di metri cubi di scorzadura per la pavimentazione delle nostre città; il terebinto fu usato per costruire banchine, e la palma cavolo fece la sua parte nella costruzione di picchetti per reti da ostriche [...] In quel periodo, e anche prima, gli alberi delle foreste pluviali non godevano della protezione di oggi, e da terre private e della Corona sparivano alberi da carrozza, palissandro, il raro pino castano (Podocarpus elatus) e molte altre varietà, cacciate nello stesso mucchio del legno duro. Nello stesso periodo la foresta pluviale veniva ancora tagliata e bruciata a intervalli regolari per diradarla».
Oggi la costa orientale e meridionale dell’Australia ospita le maggiori città del paese: Adelaide, Melbourne, Canberra, Sydney, Newcastle, Brisbane, ma qui, prima della seconda metà del XIX secolo, s’ergevano alte e complesse foreste. Qui la gente della mia stirpe avrebbe lavorato, come ha zappato la terra e coltivato bachi da seta e costruito case e lavorato il legno nella bassa Bergamasca, in tutta la Pianura padana, così come avrebbe cacciato o abbattuto sequoie in California o cercato fortuna in fondo al mare se fosse nata in Sicilia. Mio padre era falegname. Sono cresciuto con addosso l’odore del legno lavorato. Per alcuni anni ha gestito una falegnameria con diversi operai. Ricordo quando la mattina il silenzio veniva infranto dall’accensione delle macchine, ricordo le seghe circolari, ricordo le divise blu sempre sporche di trucioli, ricordo le matite rosse per segnare i punti dove tagliare, ricordo le pialle che venivano spinte con forza, lo stanzone dove le assi delle porte e delle finestre venivano incollate a vinavil, ricordo gli odori acri, il fracasso incessante, le montagne di trucioli sulle quali mi arrampicavo col mio cane e ci si rotolava di sotto. Con gli animali ho sempre avuto un rapporto speciale, forse migliore che con gli esseri umani. Quel cane, Briciola, veniva ad aspettarmi alla fermata dell’autobus quando rincasavo da scuola. Ho il rimorso di non aver appreso i rudimenti del mestiere da mio padre, anche se si tratta d’un sentimento che si smorza quando penso alle mani dei miei: mia madre perse due falangi lavorando in falegnameria, mio padre, costruendo cucine quando ci siamo trasferiti nell’Acquese, quasi tutta una mano. Sono lavori rischiosi, una volta le persone bastava guardarle con un minimo d’attenzione per capire che lavoro facessero e chi lavorava col legno perdeva dita e mani con una certa frequenza. In California sono stato ospite di un pescatore della mia età, Nicholas, come là ancora ne esistono; mi diceva che aveva lavorato anche come tagliaboschi, ma poi era tornato a solcare l’oceano, diceva che quello era un lavoro nel quale si muore in un attimo, in uno schiocco di dita.
Oggi si fa tanta filosofia sul ritorno alla terra e sulla poeticità del lavorare la terra, ma chi ne parla non ha mai dovuto piegare la schiena, non sa quanta fatica e quanti sacrifici si devono fare per avere un raccolto dignitoso. È uno dei tarli della nostra epoca, che l’università e certe scuole formino all’idea che la terra sia diversa da quel che è. Coltivare vigne non vuol dire soltanto brindare con un bicchiere luccicante alzando il mignolo, coltivare mele e frutta non vuol dire soltanto fare mostre sulla biodiversità perduta, lavorare nei boschi non è soltanto chiudere gli occhi e inspirare il profumo delle muffe. Al contrario, la terra è stata sempre e sarà sempre una gran fatica, a suo modo una schiavitù: ecco perché quando l’Italia era un paese di contadini si faceva la fila per abbandonare la campagna ed entrare in fabbrica, non immaginando, forse, di doversi adattare ad un’altra schiavitù in catena di montaggio. Ma certe affermazioni non si possono più fare, viviamo nell’obbligo d’essere ottimisti, incoscienti e un po’ imbranati. Il bosco è un universo di significati, di citazioni, d’immagini, di sensazioni e di ricordi. È una delle parole più presenti nell’esistenza di tanti. Ma di quale bosco si parla? Del bosco incontaminato, la vecchia e buona selva nera e scura dal sapore medievaleggiante? Oppure del bosco ordinato e antropizzato, ciclicamente ripulito dall’azione forestale, dall’educazione prepotente imposta dalle manere e dalla motosega? Si tratta del bosco fruttifero, produttivo, dei castagneti di collina o dei pioppeti di pianura? O, ancora, del bosco che ci siamo reinventati a pochi balzi dalla soglia di casa, intorno alle ville e ai castelli, alle residenze di campagna e nei parchi pubblici delle città? Si tratta del bosco scientifico, l’orto botanico, nato per produrre medicine e oggi enclave di biodiversità e di ricercatori saccenti? A ben guardare inciampiamo spesso nelle geometrie d’un bosco, anche quando viviamo nelle più grandi città, nonostante l’espansione a macchia d’olio del cemento e della periferia infinita fatta di capannoni e piazzali. Ma al fondo del sentiero mi chiedo: perché cerchiamo con questa insistenza il bosco? Non sarà come quella canzone dei Cure, A Forest, che recita «Mi sono perso nella foresta / tutto solo / la ragazza non c’è mai stata / è sempre lo stesso / sto correndo verso il nulla / ancora e ancora e ancora»?
Come stanno i nostri boschi? Sono in crescita come conferma l’Inventario dei forestali o si tratta semplicemente dell’ennesimo segnale dello spopolamento delle campagne? Quel mondo di stretta interconnessione fra alberi e uomini, che nella nostra letteratura hanno cantato Carlo Cassola, Mario Rigoni Stern, Francesco Biamonti, Mauro Corona, Erri De Luca, è oramai un ricordo e nostalgia o c’è ancora la possibilità che ritorni? E poi, il bosco, quel luogo oscuro e selvaggio che immaginiamo, dentro di noi, nella nostra vita, a cui associamo simboli e visioni, sogni e incubi, libertà e paure, cos’è? Come lo possiamo definire? Quanti boschi esistono? C’è differenza fra un bosco di cirmoli a 2000 metri sulle cime delle Alpi, una faggeta a 800 sui crinali dell’Appennino, un castagneto sui colli modenesi o un uliveto nel Salento? Sono tutti boschi?
Forse bisognerebbe prendersi una giornata di tempo e allungare il passo fino agli altopiani dove Elzéard Bouffier, il pastore di Jean Giono (1895-1970), ha piantato le ghiande a terra e sentire dalla sua voce che cosa ha da dire, lui che quel mondo non l’ha mai abbandonato. O raggiungere in primavera le campagne di Yoshino e ammirare insieme al poeta e viaggiatore Matsuo Bash (1644-1694) la fioritura dei ciliegi, camminare sotto le fronde grondanti di petali bianchi, come neve che non bagna. O ancora calare nei boschi delle Foreste Casentinesi, fin su all’Eremo di Camaldoli e interrogare san Romualdo (951-1027), muovendoci a piccoli passi per non disturbare (non troppo) la sua meditazione solitaria e aspettare con lui il battesimo del tramonto, mentre le ultime foglie di betulla si staccano dai rami e cadono a terra, in attesa dei primi fiocchi di neve. «Siedi nella tua cella come in paradiso; scaccia dalla memoria il mondo intero e gettalo dietro le spalle, vigila sui tuoi pensieri come il buon pescatore vigila sui pesci», dice la «piccola regola» a cui si votano i camaldolesi.
Oggi che i boschi hanno smesso di vestirci, di nutrirci, di proteggerci, sono diventati palestre dell’anima, è qui che possiamo venire ad alleggerirci, a sgrassare via il nero, l’ossessione, la furia. Provare davvero a vigilare sui nostri pensieri come un pescatore vigila sui pesci di cui si nutrirà.
In Italia s’aggirano silenziosi veri e propri cercatori d’alberi: guardano, annuiscono, misurano, documentano, fotografano, tracciano, pensano, catalogano. Sognano e realizzano nuovi strumenti per amare il paese, tracciano percorsi botanici che illuminano il paesaggio: avvicinano il passato al futuro. La conoscenza botanica non è una forma di sapere scientifico, nozionistico; è innanzitutto un sapere artistico: significa avvicinarsi al disegno di Dio o a quello dello spirito della Madre Terra, a seconda della fede che uno custodisce e coltiva; saper riconoscere una specie, attribuire un nome preciso, distinguere le forme e i colori delle foglie, le geometrie dei semi e dei fiori, le architetture dei tronchi e le manifestazioni grottesche dei grandi alberi antichi. Non è mera scienza: è arte, è poesia, è letteratura!
In Italia esistono persone che camminano, attraversano intere regioni a piedi. Producono un ampio e articolato racconto dei luoghi e delle memorie, proprio come gli aborigeni australiani che per millenni hanno percorso il paesaggio australe lungo le vie del Sogno, come ha cristallizzato su carta Bruce Chatwin nel suo ristampatissimo The Songlines (1987, Le Vie dei Canti). Nel corso degli ultimi anni sono sorte molte iniziative, come il Festival della Viandanza a Monteriggioni nel Senese, il Festival del Camminare in Val Cornia, il Festival dei Camminatori a Bergolo nel Cuneese, Libri in Cammino in Val Grande nel Verbano, il Festival del Camminare a Bolzano, e molti altri. Les Murray ha scritto, nello stesso saggio già citato, che «Camminare è una moda soltanto per le classi urbane privilegiate: quelli che camminano nel Bush sono solo un gradino sotto quelli che fanno jogging e che giocano a squash, e in molti casi si tratta delle stesse persone».
Al di là del fatto che il tono generale delle osservazioni di Murray sulla società mi accompagna spesso al sorriso, queste parole, riferite alla società italiana, stonano: certo, c’è un’élite che gioca a tennis, che ha l’abbonamento alla piscina e pensa che la nuova moda di tornare alla terra sia la grande filosofia dei nostri giorni. Eppure i nostri aborigeni bianchi sono diversi, e penso ai camminatori come Riccardo Carnovalini e la sua compagna Anna Rastello, il mio conterraneo Davide Sapienza in Pressolana, il geografo ed esploratore Franco Michieli, il paesologo irpino Franco Arminio, il giornalista Paolo Rumiz che s’è messo ad attraversare a piedi ogni dove, lo scrittore bolognese Enrico Brizzi, il poeta triestino Luigi Nacci. Anche chi scrive, insieme ad altri cercatori di alberi secolari, da tempo alberografa il paesaggio, anzi i paesaggi. Credo che nessuno di noi appartenga a una «classe urbana privilegiata»: magari arriviamo dalle città, alcuni di noi ci hanno vissuto e lavorato, ci torniamo, ma quando ci immergiamo nel paesaggio lo facciamo al di là delle conseguenze. Fino a qualche anno fa erano viaggi per gli occhi e per i sensi, un «atto politico», come direbbe Carnovalini; oggi sono diventati anche viaggi letterari, reclamati dal mercato editoriale.
Viviamo in un’epoca di ritorno ai boschi, alla campagna, alla natura. C’è un ritorno al limite del religioso, che ci riavvicina a ciò che mille anni fa cercavano gli eremiti come Romualdo, e che hanno via via ricercato e ritrovato i camaldolesi, i francescani, i luterani. Lo testimoniano il grande successo della storia del giovane Chris McCandless descritta magistralmente da Jon Krakauer nel bestseller Into the Wild (da molti conosciuto più per l’altrettanto adorabile film diretto da Sean Penn, con le musiche originali di Eddie Vedder), l’affermazione del viaggiatore francese Sylvain Tesson che ha trascorso sei mesi in una baita sul lago Bajkal scrivendo uno dei più lucenti libri sul rapporto uomo-natura, Nelle foreste siberiane, da cui traggo una citazione che mi ha parecchio divertito: «Il tempo non passa mai quando si ha a disposizione solo Hegel per affrontare un pomeriggio di neve». E Robert MacFarlane, autore di diversi libri, quali Luoghi selvaggi e Le antiche vie, britannico erede di Bruce Chatwin e amico personale di Roger Deakin, altra figura fondamentale per chi cerca anche nei libri frammenti frondosi e nuove radici da abitare (Diario d’acqua, Nel cuore della foresta).
Mi chiedo però quanto ci sia d’autentico in questa moda. La mia biblioteca trabocca di libri a tema, sulla voglia matta di tornare agli elementi, di assaporare il nerbo di un’esistenza naturale. Secondo alcuni, lo stacco netto non è mai esistito, come comprovano certe esperienze estreme o singolari in uomini quali Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Jean-Jacques Rousseau, Wolfgang Goethe ed altri. Comunque c’è chi lo fa da esteta, chi da filosofo, chi da professore, chi da giardiniere in pensione, chi da fotografo, chi da scrittore che si è stancato d’inventare personaggi nella sua testa e riscopre l’invenzione del mondo che sta fuori le mura, letteratura anche quella, e di specie antichissima.Sto covando l’idea che spesso si tratta di natura “in prestito”: la tagliamo su misura, striscioline composte e ordinate che poi depositiamo con cautela su un tavolo trasparente, in accordo con le attuali categorie sociali e filosofiche, ma fors’anche più estetiche e comunicative. Così parliamo di ritrovare noi stessi in un bosco o lungo interminabili cammini tra valli e vette e ci schieriamo compatti contro la caccia, esultiamo per il ritorno del lupo e deprechiamo quei contadini ignoranti e pidocchiosi che si lamentano per la perdita di quattro pecore. La nostra è una natura addomesticata, da cartolina, che ci serve più di quello che realmente sta là fuori. È tanto semplice capire che nei nostri passi non siamo l’inizio e non siamo la fine di niente: è una constatazione facile da fare frequentando la natura, immergendosi in quel che chiamiamo natura. L’umiltà che ne dovrebbe derivare spesso collide con l’esaltazione dell’ego, che invece oggi la fa un po’ da padrona ovunque: lo si vede nelle persone eminenti, un’intera generazione di anziani che oggi non si schiodano, convinti che senza di loro il mondo non accadrebbe; ma ci sono dentro anche persone della mia generazione, i quarantenni, che per una tara manifesta mirano a replicare l’India pregandiana, quella delle caste, delle élites, e non appena ne hanno l’occasione si trincerano, si elevano, disprezzano coloro che non sono arrivati dove sono arrivati (se lo sono, poi) loro. E così noi che leggiamo, noi che solchiamo la realtà più nei libri che sulla terraferma, filosofeggiamo, e ahimè vogliamo insegnare le leggi della terra a chi in mezzo alla terra c’è sempre rimasto, siano essi agricoltori, artigiani, boscaioli, cacciatori, pastori e così via.
Mentre termino di scrivere questa introduzione lascio che lo sguardo ‘scoiattoli’ fuori dalla finestra, lo lascio migrare dove vuole, e quello si va a depositare sulla cima degli alberi spogli che popolano il bosco, sulla collina di fronte a casa mia. È pieno inverno, fa freddo e la terra è scura e ferma. La nebbia è sospesa sopra il bosco, nasconde molte fronde e ne guasta le geometrie. Per un attimo la mente toglie luce agli occhi e riaccende il ricordo della nebbia che la scorsa estate vedevo correre sulle verdi foreste di sequoia costale, in California. Nebbie di corsa, quelle smosse dai venti del Pacifico. Questa invece è una nebbia che ristagna, quasi intendesse solidificarsi. Avrei quasi voglia di mettermi gli scarponi e di partire, se si potesse attraversare questo pezzo di paesaggio, per andare a fissare quei tronchi dal basso, scorgendo magari il volo d’un merlo o di un cuculo. Amo perdermi in un bosco. Questo libro è un invito a fermarsi e a perdersi tra i tanti boschi e parchi d’Italia, a lasciarsi andare di fronte al vento forte, quando l’elettrostaticità dell’aria ti avvicina alle altre creature. È un invito a riconoscere altri tracciati rispetto a quelli urbani più consueti, e a ritrovarsi immobili di fronte all’urlo silenzioso di un cielo infuocato al tramonto, quando non sai come abbracciare tutto quel colore che brilla, che luccica, che sprigiona energia, che ti cattura e t’inchioda, che t’apre i polmoni e ti spalanca gli occhi... quel mare dove l’universo che conosciamo nasce e muore ogni santo giorno. Voglio ringraziare tantissime persone che in questi anni mi hanno accolto e aiutato, sostenuto e incitato, spronato e ispirato, che hanno avuto cuore e attenzione al mio piccolo percorso a piedi scalzi. Ho provato a fare un elenco sommario e mi sono perso in una foresta altissima e densissima. Ho così dovuto scegliere di limitarmi ad un unico grande abbraccio! Ma un pensiero speciale lo devo a Ketti e a sua madre, che da anni mi sopportano e nutrono, in tutti i sensi.
Ho ascoltato tanta musica in viaggio e durante le ore di scrittura, una sorta di colonna sonora: Frank Zappa, Led Zeppelin, Neil Young, Lucio Dalla (soprattutto quando fischia), Joni Mitchell (quante volte ho intravisto la coda del lupo di Lindsey sparire nei boschi... come se sentissi ancora mia madre cantare), Depeche Mode, Pink Floyd, Pat Metheny, Cesária Évora... So let’s rock your Forest!
Sommario
Introduzione. L’uomo che fischia tra gli alberi
Fra gli alberi delle montagne
Foreste primarie e foreste vetuste
La Selva o Bandita di Chambons
Ipinosauri del bosco dell’Alevè
I boschi a difesa degli abitati al Gran Paradiso e la coppia di Morgex
Nel silenzio elementare della foresta di Latemàr
«Homo Radix Sequoiarum»
Alberografie italiche
Le sequoie più antiche d’Italia al Parco Burcina di Pollone
Le sequoie costellano una verdissima Merano
Le cento e più sequoie del castello di Sammezzano
Gli alberi entrano in città: la nascita del parco all’inglese
Coltivare un bosco quale antidoto al dolore
Parco di Villa Manin a Passariano
Parco di Villa Verdi a Sant’Agata di Villanova
Parco di Villa Annoni a Cuggiono
L’eden della Costa dei Fiori: i Giardini botanici Hanbury
Parco Reale del castello di Racconigi
Evoluzione dell’Orto dei Semplici in Giardino dei Mondi
Elenco degli orti botanici d’Italia
Orti botanici dell’ex triangolo industriale
Hortus botanicus braidensis
Orto Regio di Torino
Orto botanico di Genova
Orto botanico di Padova
La lingua legnosa della provincia
Il castagneto di Grou e il castagno dei Quaranta (Liguria)
Nella terra dei grandi castagni: il Canton Ticino (Svizzera)
La via del Castagno in Emilia Romagna
Ecostoria succinta dei boschi sul pianeta Terra ed in special modo in Italia
La nascita delle riserve di caccia e dei parchi italiani
Mario Rigoni Stern e il concetto di albero monumentale
Proposte concrete
Ma esisteranno davvero i boschi del Sud?
La vecchia Calabria di Norman Douglas
Il castagno di San Francesco
Le pinete vetuste di Fallistro e Longobucco
Le sequoie della foresta di Lardone
L’isola dei bottoni
Gli olivastri millenari di Luras
I pini di Giuseppe Garibaldi a Caprera
La lecceta primaria della foresta demaniale di Montes
La Casa del Poeta è un ginepro secolare
I grandi ficus della Baia di Moreton a Cagliari
Itinerari per cercatori d’alberi eccezionali
Orto botanico
Parco di Villa Giulia
Porta dei Greci e Kursaal Kalhesa
Bastioni del Foro Umberto I
Giardino Garibaldi a piazza Marina
Dei boschi indimenticabili presenti in Italia (ovvero di luoghi dove recarsi a perder tempo e collezionare maraviglie)
Bibliografia e sitografia boschiva