È fallito il tavolo del ministro Urso sulla crisi di Electrolux. Dopo due giorni di negoziati al ministero delle Imprese e made in Italy, la multinazionale svedese degli elettrodomestici ha confermato la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi (Ancona) e 1.450 esuberi in tutta Italia. In risposta Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm hanno proclamato uno sciopero nazionale di otto ore e il proseguimento dello stato di agitazione. Secondo i sindacati l’azienda non ha modificato il suo piano industriale in modo sostanziale; anzi ha avanzato richieste molto esigenti sulla riorganizzazione del lavoro.

LA PRINCIPALE NOVITÀ emersa dal tavolo: Electrolux vorrebbe superare gli attuali vincoli sulla cadenza delle linee di montaggio, previsti dagli accordi sindacali, per aumentare la produzione a 140 pezzi l’ora e introdurre un solo turno giornaliero di lavoro. Fiom, Fim e Uilm hanno anche riferito che i rappresentanti della società avrebbero «ribadito la richiesta al governo di intervenire su questioni di fondo che incidono sulla competitività, in particolare di agire in sede europea per la riforma della Cbam», la tassa Ue sull’adeguamento del carbonio alle frontiere, che Electrolux chiede di ridurre per abbattere i costi e gli squilibri con la concorrenza extra Ue. Il tavolo di crisi al Mimit è in corso da maggio, quando Electrolux ha annunciato 1.719 esuberi su 4.279 impiegati in Italia e la chiusura dello stabilimento marchigiano dove lavorano 170 persone. Si tratterebbe di una netta riduzione delle attività nella penisola per spostare la produzione in Polonia e Romania. Il piano era stato contestato dai sindacati e Urso aveva aperto il tavolo con l’obiettivo di evitare i licenziamenti, ma in quattro mesi e cinque incontri Electrolux non ha mai cambiato posizione.

Gli esuberi si sono ridotti da 1.719 a 1.450 solo perché sono stati tolti dal conteggio 91 contratti a termine che nel frattempo sono scaduti senza rinnovo e altri 135 in scadenza che la multinazionale non intenderebbe rinnovare. «Decisa contrarietà verso una posizione aziendale che richiederebbe grandi sacrifici ai lavoratori ed enormi sforzi al governo, ma in cambio paradossalmente continuerebbe a offrire esuberi e dismissioni», hanno dichiarato Fiom, Film e Uilm. «Il famigerato piano industriale di Electrolux non solo non è stato ritirato, ma anzi è stato in massima parte confermato. Per questo riteniamo esaurito il confronto tecnico e chiediamo la riconvocazione urgente del tavolo con il ministro e le regioni per far cambiare idea alla multinazionale». La leader del Pd Schlein va all’attacco del governo: «Anziché perdere tempo ad autocelebrarsi Meloni dovrebbe occuparsi delle vertenze che riguardano lavoratrici e lavoratori, e affrontare i nodi che in quattro anni non ha saputo risolvere», riferendosi alla festa per la longevità dell’esecutivo a Bari.

ELECROLUX è stata fondata nel 1919 in Svezia e ha cinque stabilimenti produttivi in Italia, dove è presente dagli anni Ottanta: Porcia (Pordenone), Susegana (Treviso), Solaro (Milano), Cerreto d’Esi (Ancona) e Forlì. Gli esuberi riguarderebbero circa il 35% del personale. Oltre al sito di Cerreto d’Esi che l’azienda vuole chiudere, i più colpiti sono Susegana, dove si prevedono 420 esuberi abbassando la produzione di frigo e congelatori, e Porcia con 463 dipendenti in meno per la riduzione di lavasciuga e lavatrici. A Forlì gli esuberi riguardano 297 persone con il calo della linea di piani cottura e dei forni, a Solaro 116 persone per la minore quantità di lavastoviglie. Il motivo indicato dall’azienda è l’aumento dei costi produttivi e della concorrenza asiatica.

EPPURE NEL 2025 il gruppo svedese ha più che raddoppiato gli utili rispetto al 2024, raggiungendo i 350 milioni di euro (che diventano 82 milioni togliendo oneri e tasse) a fronte di un fatturato in lieve calo (12,2 contro 12,4 miliardi). L’Italia resta il terzo mercato europeo per Electrolux, dopo Germania e Svizzera, nonostante la produzione di elettrodomestici nella penisola si sia dimezzata dal 2014 al 2024 secondo Fiom. Il settore ha qualche difficoltà ma Electrolux sembra resistere. Per questo la sua decisione sembra più rispondere all’intento di massimizzare i profitti delocalizzando, piuttosto che a una reale crisi.

IL CENTRO CULTURALE BFDR ESPRIME SOLIDARIETA' AI LAVORATORI  COLPITI DAI LICENZIAMENTI