APPUNTAMENTO
martedì 24 febbraio - ore 20:50
Cinema "Multisala Verdi" di Vittorio Veneto

UNTIL THE END OF THE WORLD 
(Fino alla fine del mondo)

Regia di Francesco De Augustinis  
Italia, 2024, 58'

Segue il corto “Dying Lochs”, 13 minuti girati da De Augustinis nel 2015.

Due lavori diversi per formato, ma uniti da un filo rosso: raccontare cosa significa davvero allevare pesci su scala industriale.

L'acquacoltura è l’industria alimentare che cresce più velocemente al mondo. Celebrata da Europa e organismi internazionali come modello virtuoso, replica in realtà la stessa logica degli allevamenti intensivi di terra: iper-sfruttamento di animali e ambienti, concentrazione di profitti, impatti nascosti scaricati sui territori.

La forza di questi due documentari sta nel far parlare chi vive accanto agli impianti, dando voce a chi spesso non viene ascoltato. Non è un cinema che consola: è un cinema che punge, che chiede allo spettatore di rimettere in discussione abitudini e certezze. 

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Allevare il pesce non è una soluzione

L’acquacoltura esiste da centinaia di anni e fornisce una fonte di proteine sostenibile in diversi contesti e zone del mondo, spesso imitando i processi naturali o interagendo fortemente con altre produzioni alimentari.

La quantità di prodotti ittici allevati per il consumo umano è cresciuta costantemente negli ultimi settant’anni, soprattutto per quanto riguarda specie come pesci, gamberetti, granchi e cozze. Oggi la quantità di pesce allevato supera quella del pesce selvatico.  

La rapida espansione e l’affermazione del business dell’acquacoltura negli scorsi decenni hanno fatto sorgere molti dibattiti e importanti questioni. Nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, l’acquacoltura continua a non essere una risposta alla sovrapesca e alla sicurezza alimentare, e l’allevamento ittico intensivo ha molte conseguenze negative per l’ambiente e per le comunità costiere. 

Distruzione degli ecosistemi:

  • Quando sono allevati, è più facile che i pesci si feriscano, si ammalino e vengano colpiti dai parassiti. Per risolvere questi problemi, gli allevatori usano antibiotici e pesticidi, che sono molto inquinanti per le acque. Le acque di scarico sono piene di resti di cibo, antibiotici ed escrementi, e creano delle zone morte sui fondali e negli ambienti naturali intorno agli allevamenti.
  • Spesso gli ecosistemi costieri vengono completamente distrutti per fare spazio all’acquacoltura intensiva. È il caso, ad esempio, degli stagni artificiali creati per allevare gamberetti tropicali. Le mangrovie vengono abbattute, cosa che porta alla scomparsa di tutte le specie che vivevano tra i loro alberi, inclusi pesci, ostriche, uccelli e via dicendo. Vengono distrutte anche le protezioni naturali contro uragani e tsunami.

Danni alle specie selvatiche:

  • I pesci allevati che scappano inquinano geneticamente le specie selvatiche, a cui contendono le risorse e trasmettono malattie. 
  • I pesci carnivori allevati vengono nutriti con farine e oli di pesce prodotti con pesce foraggio (sardine, acciughe, sgombri, aringhe e soprattutto krill)specie ricche di vitamine, minerali e acidi grassi omega-3. Nell’ultimo decennio sono state aperte in Africa occidentale molte fabbriche di farina di pesce. Questo sta portando allo sfruttamento eccessivo dei piccoli pesci foraggio, che sono una delle basi della dieta per le popolazioni di quella zona, e che sono tradizionalmente pescati da pescatori artigianali, poi affumicati ed essiccati dalle donne. Nelle zone, ora contaminate, in cui sono state costruite le fabbriche di farina di pesce, la diminuzione degli stock fa aumentare l’insicurezza alimentare, causa la perdita di posti di lavoro nel settore artigianale e produce danni ambientali e rischi per la salute delle persone.

Fonte: Slow Food -