Il valore della filiera agroalimentare nell’ambito della criminalità organizzata è di 25,2 miliardi di euro: un business molto redditizio. Che si innesta in un settore dove i margini possono essere enormi, soprattutto se si va in deroga alle istanze ambientali e sociali. Il sistema alimentare evidenzia in che misura le persone più fragili all’interno della società diventano vittime di disuguaglianze strutturali socioeconomiche, di salute e di accesso ai diritti. D’altronde ghetti e schiavitù, il caporalato, non sono fenomeni legati all’essere migranti, ma all’essere in stato di bisogno, quindi ricattabili.
Un recente rapporto Ismea evidenzia come su 100 euro di spesa alimentare al supermercato, solo 1,50 euro vanno al contadino, 7 euro nel caso di cibo fresco. I produttori che hanno a che fare con la GDO non possono che accettare il prezzo di mercato e se a guadagnare sono i colossi che impongono le regole, qualcuno, inevitabilmente, ne paga il prezzo: i lavoratori. Perché il fenomeno del caporalato affonda le proprie radici in due aspetti strutturali della filiera agricola: la carenza di strumenti legali per l’intercettazione della manodopera, e le politiche di ribasso dei prezzi d’acquisto dei prodotti da parte degli anelli forti della filiera, cioè intermediari, grossisti, industriali e grandi canali distributivi.
La trave nel piatto è che il cibo nel modello liberista è trattato come ogni altra merce ed è sommesso alle stesse regole di mercato del settore moda, per fare un esempio balzato alla cronaca nei giorni scorsi. Giacche di cashmere pagate 80-100 euro ai laboratori cinesi con dormitori annessi, vendute in negozio a 3.000 euro. Manodopera in nero, irregolare, vessata e picchiata.
Allo stesso modo il fenomeno dei lavoratori irregolari si ritrova anche negli ambiti alimentari con valore aggiunto rilevante, pensiamo allo scandalo legato al Barolo, in Langa, dove ogni anno servono tra i 4.000 e i 5.000 addetti per potatura, raccolta e lavorazione. Il sistema alimentare dovrebbe essere governato dall’etica, non dalla finanza: con misure che garantiscono l’accesso anche per le fasce più deboli perché un cibo buono pulito e giusto rappresenta il nostro diritto alla sopravvivenza, e norme che tutelano i contadini in termini retributivi e di condizioni di lavoro dignitose, nell’assoluto rispetto della legalità.
Per un’altra idea di mondo serve una decisa transizione sociale.
Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia
[da “www.ilfattoquotidiano.it” del 21 luglio 2025 e da “www.slowfood.it”]
Fotografia di Giovanni Damian ©2021