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Esito necessario di una contraddizione piú che secolare (quella tra «la sostanza umana e naturale» della società e il generalizzarsi dei rapporti mercantili), la «grande trasformazione» subìta dalle istituzioni liberali negli anni Trenta del secolo precedente è al tempo stesso per Polanyi la dimostrazione della falsità delle tesi dell'economia politica classica e neoclassica, con la loro apologia dell'homo oeconomicus e del «mercato autoregolantesi».
Ricorrendo largamente ai dati dell’antropologia e della storia (il discorso di Polanyi spazia dall’economia primitiva degli isolani delle Trobriand studiati da Malinowski alla vastissima letteratura sulla Rivoluzione industriale in Inghilterra), Polanyi dimostra il carattere alla lettera «singolare», non «naturale» delle società di mercato, che critica anche radicalmente dall’interno. Logico sbocco di questo rifiuto di un mondo in cui il fascismo costituisce una «mossa» sempre possibile, è il successivo passaggio di Polanyi a quelle ricerche di antropologia economica ed economia comparata che gli assegnano un posto di primo piano nella costruzione di una scienza unificata delle società umane.
La Grande Trasformazione è un libro scritto nel 1944 da Karl Polanyi, economista, sociologo ed antropologo ungherese ed è un’opera che si occupa, attraverso un metodo interdisciplinare, di inquadrare quelle che sono state le cause del tramonto della civiltà del XIX secolo e della conseguente nascita di una civiltà nuova e differente, arrivando ad una severa critica del liberalismo economico.
In questo saggio che non vuole essere storico, né economico, né sociologico (pur essendo tutti e tre, per questo motivo si tratta di un metodo interdisciplinare), la tesi che l’autore pone al centro dell’opera è quella che la società di mercato non rappresenti affatto il naturale punto di approdo delle società umane, così come erano soliti sostenere gli economisti classici, ma, anzi, che questa comporti conseguenze devastanti per la società, oltre che tensioni tra i diversi stati. Tant’è che il fulcro del discorso di Polanyi è un’accusa all’utopia di poter autoregolare senza il contributo della politica, e dunque senza la società, l’economia. Polanyi si sofferma sugli aspetti istituzionali e funzionali della socialità analizzando quindi le sue istituzioni e i loro equilibri/squilibri.
La civiltà del XIX secolo, prima di giungere alla sua fine, attraversò il più lungo periodo di pace mai visto prima, una pace di cento anni che durò dal 1815 al 1914, durante la quale le grandi potenze furono occupate a farsi la guerra complessivamente per soli 18 mesi, nei quali si verificarono poi solo altri scontri marginali tra piccole potenze o guerre con paesi extra-europei poste in essere per interessi di tipo coloniale. Secondo l’autore, questa pace miracolosa si verificò grazie alla simultanea comparsa di quattro fondamentali istituzioni: il sistema di equilibrio dei poteri, la base aurea internazionale, ovvero la convertibilità delle diverse valute in oro, che garantì il prosperare del commercio internazionale, un mercato autoregolato capace di garantire un benessere economico senza precedenti e lo stato liberale.